Cristoforo Colombo e il Secolo dei Genovesi
Professore ordinario di Storia Moderna presso il Dipartimento di Scienze Politiche ed Internazionali - Università di Genova.
Intervento del professor Lo Basso in occasione delle Celebrazioni per Colombo del 12 ottobre 2023.
La categoria de Il Secolo dei Genovesi, ideata nel corso del Novecento da Felipe Ruiz Martin, un noto storico spagnolo, ma la cui notorietà è dovuta principalmente a Fernand Braudel, uno dei più grandi storici mondiali di tutti i tempi, è ormai un elemento fondamentale nel panorama della storiografia. Grazie a eventi fortunati come i Rolli Days, è diventata anche un vero e proprio marchio con il quale possiamo spiegare al grande pubblico perché Genova è ricca ancora oggi di straordinari capolavori storico-artistici e architettonici risalenti ai secoli XVI e XVII. In altre parole, è diventata un suggestivo slogan creato e studiato da esperti storici, ma che ha un impatto tangibile sull'economia della nostra città odierna.
Fernand Braudel, il quale ha affermato il ruolo centrale di Genova tra il XVI e il XVII secolo nella storia mondiale, facendone il cuore pulsante del commercio e delle finanze nell'economia globale dell'Occidente, inizialmente sosteneva che l'età dell'oro di Genova e dei Genovesi iniziava nel 1557, anno in cui la corona spagnola sospese i pagamenti, e terminava nel 1627, quando l'ennesima bancarotta interruppe questa supremazia. Tuttavia, in seguito, riflettendo sulla cronologia, Braudel ha esteso questo periodo, spostando l'inizio al 1528, anno della fondazione della Repubblica aristocratica e del passaggio di Andrea Doria al servizio di Carlo V, e scegliendo come data di chiusura il 1650.
Il passaggio di Andrea Doria dal servizio per il re di Francia a quello dell'Imperatore, che era anche re di Spagna, può sembrare sorprendente, ma fu una transizione ben preparata. Da più di un secolo, mercanti e banchieri genovesi erano ben radicati nei regni iberici, in particolare in Castiglia. Nel corso del XV secolo, diverse famiglie che sarebbero poi state incluse nell'élite aristocratica della Repubblica fecero fortuna attraverso il commercio, in particolare quello della lana, e prestando denaro ai sovrani castigliani.
Un esempio significativo di questa storia è rappresentato dalla figura di Francesco Pinelli, il quale, assieme ad altri genovesi, tra cui ad esempio Domenico Centurione, finanziò l'incredibile impresa di Cristoforo Colombo. Pinelli, che aveva gestito la Camera apostolica in Castiglia dal 1476, si stabilì a Siviglia e accumulò notevoli ricchezze grazie ai suoi affari, che gli permisero di finanziare la Regina Isabella nella conclusione della Reconquista e di diventare uno dei principali sponsor del viaggio epico di Colombo. Nel 1503, Pinelli fu incaricato di sovrintendere dal punto di vista economico e finanziario la Casa de la Contratación, l'istituzione reale incaricata di gestire i traffici con il Nuovo Mondo appena scoperto dal celebre navigatore genovese.
Quindi, la scoperta dell'America da parte di Colombo fu l'evento che indirettamente spinse Genova verso l'epoca d'oro nota come Il Secolo dei Genovesi. Senza i finanziamenti genovesi, l'impresa di Colombo non sarebbe stata possibile, ma grazie a quell'impresa, Genova e i Genovesi si arricchirono rapidamente e divennero il fulcro di quello che oggi definiamo Capitalismo.
In seguito, nel 1776, il rinomato filosofo ed economista scozzese Adam Smith, nel suo capolavoro "La Ricchezza delle Nazioni", sottolineò che due degli eventi più significativi nella storia dell'umanità furono il passaggio del Capo di Buona Speranza e la scoperta dell'America. Smith affermò che le conseguenze di questi eventi erano già considerevoli alla sua epoca, ma che la portata completa delle loro implicazioni si sarebbe manifestata nel corso di due o tre secoli successivi.
La scoperta dell'America ebbe dunque un effetto quasi immediato nel collegare il globo attraverso le rotte marittime controllate dagli europei, unendo l'Europa, l'Africa, l'Estremo Oriente e il Nuovo Mondo. Come Serge Gruzinski ha sottolineato nel 2016, "è stato sui mari e attraverso le rotte oceaniche che l'Europa ha giocato il suo ruolo nella mondializzazione fino all'inizio del XX secolo".
Il commercio globale che scaturì dalla scoperta di Colombo ebbe come effetto un aumento di flussi di ricchezze destinate all’Europa, molte delle quali – tra cui l’argento delle miniere di Zacatecas e Potosì – dopo aver preso la rotta verso Siviglia, dopo aver attraversato la Spagna via terra fino a Madrid e poi Barcellona, prendevano nuovamente il mare verso Genova. A partire soprattutto dali anni ’70 del XVI secolo un enorme mole di argento – in lingotti (chiamati barre) e in monete (pezzi da otto reali) si riversò sui moli della Superba, rendendo possibile la costruzione di nuovi e straordinari palazzi, chiese riccamente ornate di capolavori e più in generale potendo mettere a libro paga i migliori artisti del mondo, come Pietro Paolo Rubens, solo per citarne uno. Ma la ricaduta di questo flusso di denaro provocò benefici su tutta la società cittadina, non solo per i ceti abbienti. Per usare ancora le parole di Braudel, possiamo dire: “La fortuna di Genova si è appoggiata alla fortuna americana della Spagna, e anche a quella italiana, largamente messa a profitto. Grazie al potente sistema delle fiere di Piacenza (dopo di Novi), i capitali delle città italiane arrivarono verso Genova. E una folla di piccoli prestatori, genovesi e non, affidarono i loro risparmi ai banchieri in cambio di una modica retribuzione”.
A dirigere questa enorme fortuna, basata sugli scambi commerciali e sugli investimenti finanziari, furono un pugno di hombres de negocios appartenenti alle più importanti casate genovesi che ben presto si stabilirono a Madrid: una cupola, così l’ho chiamata in un mio saggio di qualche anno fa, che ad esempio negli anni Trenta del XVII secolo si chiamavano: Bartolomeo Spinola, Carlo Doria (il duca di Tursi), Ottavio Centurione, Gio. Luca Pallavicini, Filippo e Agostino Spinola (figli del grande Ambrogio), Battista Serra e Carlo Strata. Un pugno di uomini, potentissimi, sia in Spagna, sia a Genova, che ancora dalle parole di Braudel nonostante questa fosse una città “tanto svantaggiata per conformazione” divenne il vertice della finanza internazionale: “Una città che, a mio giudizio, è sempre stata a misura del suo tempo, la città capitalistica per eccellenza”.
Il perno di questo capitalismo è rappresentato dai contratti di asientos stipulati con la corona. Essi non erano altro che contratti tra il re e uno o più privati e potevano avere molte forme. Potevano essere delle prestazioni di servizi (come fornire mezzi navali o soldati), ma potevano essere dei prestiti che la Corona percepiva dai banchieri, in cambio di interessi (anche fino al 15%), più titoli, cavallereschi, titoli nobiliari, concessione di feudi, pensioni, prebende ecc. Gestire le galere per conto del re di Spagna, così come facevano gli asentistas de galeras secondo il modello di Andrea Doria, poteva essere altamente redditizio, ma anche molto rischioso. Ma i rischi venivano compensati dalla divisione degli investimenti: talvolta la stessa persona, prestava denari, gestiva galere, assicurava navi, commerciava in merci diverse, forniva uomini e materiali per i tercios spagnoli e molto altro ancora. Una miriade di attività che poi supportavano il grande gioco finanziario delle fiere dei cambi, dove i Genovesi diedero sfoggio di tutto il loro sapere: Quattro volte l’anno i banchieri si vedevano un una località (Piacenza e poi Novi) per compensare i loro pagamenti fatti con lettere di cambio, ma anche per speculare mediante nuovi strumenti, come il patto di ricorsa, che generava profitto solamente muovendo della carta. Questo ci spiega perché Francisco De Quevedo, letterato della corte di Filippo IV, chiamò i Genovesi gli antecristos de las monedas.
Nel corso del XVII secolo però piano piano i rapporti tra Genova e la Spagna si complicarono e il Secolo dei Genovesi si affievolì un poco attorno alla metà del secolo, ma riprese vigore dopo la celebre peste del 1656-57, presentando una nuova e importante presenza nel campo dello shipping internazionale. Navi di grandi dimensioni e capitani genovesi si ritrovarono a coprire le rotte da Genova a Cadice e Lisbona e da qui verso Amsterdam e Londra, senza trascurare i porti francesi e naturalmente i terminali portuali americani e non: Veracruz, Cartagena de Las Indias, Caracas, Panama, Manila. Un nuovo slancio, che avrebbe visto i Genovesi protagonisti anche nel commercio degli schiavi in Atlantico e lanciati verso un ritorno significato nel Levante Mediterraneo, dove, soprattutto nel mondo Ottomano, era possibile smaltire tutto l’argento accumulato – anche attraverso il conio di monete adulterate -, che poi non terminava la propria strada a Smirne o Istanbul, ma proseguiva diritto verso l’India e la Cina. Ma tutto questo durò ancora solo tre decenni, poi forse il Secolo dei Genovesi finì la propria corsa nel 1700, alla morte dell’ultimo re di Spagna della famiglia degli Asburgo. Giunto a questo punto ripasso la parola nuovamente agli storici, soprattutto a quelli più giovani, ma certo posso affermare, concludendo con le parole di Fernand Braudel che ancora “alla fine del Settecento i Genovesi realizzarono a Cadice un volume di affari paragonabile ai traffici delle merci coloniali inglesi, olandesi o francesi”, ma questa storia aggiunge il noto storico francese “è una verità troppo spesso trascurata”.