N.0 2025 - L’esordio, un mosaico di saperi

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Il Cristoforo Colombo, ossia La scoperta del Nuovo Mondo di Carlo Andrea Gambini

Davide Mingozzi

Docente di Storia della Musica presso il Conservatorio Niccolò Paganini.

Intervento del professor Mingozzi in occasione della conferenza L’immaginario su Cristoforo Colombo, che si è tenuta il 6 ottobre 2023, a Genova, presso il Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi.

Gambini, Genova e Cristoforo Colombo

Carlo Andrea Gambini è stato una tra le figure di riferimento del panorama musicale genovese, e più  in generale italiano, di metà Ottocento. Fu pianista apprezzato e compositore prolifico il cui catalogo spazia dalla musica per pianoforte a quella da chiesa, dal melodramma alla produzione cameristica. Nel 1845 iniziò una fruttuosa collaborazione con la «Gazzetta Musicale di Milano» e con altri periodici italiani. Penna mordace, nell’arco di poco meno di vent’anni Gambini pubblicò più di centocinquanta articoli tra  recensioni a spettacoli e commenti alle novità editoriali pubblicate da Ricordi e Lucca.
Nei suoi scritti  formulò un proprio ideale estetico che mirava a cogliere nelle composizioni il rigore “accademico” della  forma e dell’impianto armonico, e s’impegnò in una strenua difesa del “gusto italiano”.
Svolse al  contempo un ruolo determinante, complice fors’anche la sua attività di critico, nella diffusione del  repertorio a lui contemporaneo. In breve tempo il salotto di casa Gambini divenne uno tra i principali  ritrovi musicali cittadini. La partecipazione alle accademie di illustri ospiti, genovesi e non, quali gli amici  Camillo Sivori e Adolfo Pescio, Teresa Parodi, Stefano Golinelli, Adolfo Fumagalli, i coniugi Cambiasi,  Angelo Mariani, testimoniano l’importanza che Gambini e il suo salotto ebbero non solo per la diffusione  e la promozione del repertorio musicale coevo, ma anche per lo sviluppo di una riflessione estetica della  quale Gambini si fece portavoce nei suoi scritti.
Il suo orizzonte musicale guardava oltre il provincialismo  genovese, con vivo interesse per la produzione d’Oltralpe che Gambini fece propria e tradusse in uno  stile pianistico personale in cui si riscontrano echi dell’opera di Chopin, Thalberg, Liszt, Schumann,  Beethoven e Mendelssohn. In àmbito vocale, guardò ai colleghi italiani Donizetti, Bellini, Mercadante,  Rossi, e in parte a Verdi, al quale tuttavia rimproverava taluni “eccessi”. Tra i compositori d’oltralpe  nutriva grande ammirazione per Meyerbeer. Intrattenne un rapporto ambiguo verso Genova e il suo  mondo musicale: sebbene pienamente inserito nell’ambiente culturale cittadino, ebbe sempre burrascosi  rapporti con l’impresa del Teatro Carlo Felice e guardò sempre con invidia al vivace mondo musicale  milanese con il quale mantenne contatti stretti, in particolare con l’amico Isidoro Cambiasi.
Le sue origini liguri contribuirono all’ammirazione che nutrì per Cristoforo Colombo; non stupisca  quindi che l’esploratore concittadino attraesse ben presto l’interesse del compositore.

La genesi dell'ode - sinfonia "Il Cristoforo Colombo"

Il 17 novembre 1850 la «Gazzetta Musicale di Milano» aggiornò i lettori sugli ultimi impegni di  Gambini. Il compositore si stava dedicando «ad un nuovo grandioso lavoro di un genere ancora intentato  dagli italiani»: un’ode-sinfonia, il Cristoforo Colombo, ossia La scoperta del Nuovo Mondo, basata su un libretto  francese di Joseph Méry, Charles Chaubet e Sylvain Saint-Étienne, già musicato da Félicien David nel  1847, tradotto in italiano e ampliato dal genovese Giuseppe Torre. Non è noto come Gambini abbia maturato l’idea di questo progetto; il primo accenno che ne fa a Cambiasi il 9 giugno 1850 lascia intendere che la composizione fosse già da tempo avviata. La stesura procedette spedita e l’autore aveva  plausibilmente già preso contatti con la nascente Società Filarmonica di Firenze per la sua esecuzione. La prima esecuzione ebbe luogo il 1° giugno 1851 diretta da Teodulo Mabellini. La scelta di Firenze e  non Genova come luogo per la presentazione dell’ode-sinfonia non fu, con ogni probabilità, casuale: la città toscana da almeno un ventennio si distingueva nel panorama italiano per una vivace attenzione alla  musica strumentale e sinfonica, in particolare grazie all’attività organizzativa di Teodulo Mabellini.
L’esecuzione fu un successo. È lo stesso Gambini, il giorno, a raccontare ancora emozionato, all’amico  Cambiasi il trionfo della sera precedente:

Carissimo amico,

ieri è stato per me uno dei più bei giorni della mia vita. Il mio Colombo a cotesta Filarmonica ebbe la  più lusinghiera accoglienza e mi procacciò undici chiamate come compositore e tre come pianista  avendo anche suonato tra una parte e l’altra tre pezzi. Tutti i pezzi di cui si compone l’ode-sinfonia  furono applauditi nessuno eccettuato. L’esecuzione fu buonissima per parte dell’orchestra ed avrebbe  potuto esser migliore per parte dei cori i quali hanno la pretensione di eseguire senza far prove bastanti  […] Fu qui molto lodato lo strumentale che mi riuscì in molti punti assai imitativo, ricco e variato  senza fragore, ciò che fece anche più senso a molti che non si aspettavano da un pianista una certa  pratica conoscenza dello strumentale […]; Mabellini diresse l’orchestra col massimo impegno […] 

La critica fu favorevole a Gambini. Sul numero del 22 giugno della «Gazzetta musicale di Milano» Luigi  Ferdinando Casamorata lodò la parte strumentale trattata con scelte e buone intenzioni imitative, e con una franchezza sicura nello  aggruppare e nello impiegare gli strumenti da disgradarne un provetto scrittore per orchestra; cosa  tanto più mirabile in un giovane di cui il Colombo è uno dei primi lavori per orchestra e che all’arte è cresciuto principalmente come pianista. 

Il libretto

In linea generale, potremmo definire l’ode-sinfonia come una grande cantata, non scenica, in cui intervengono i soli, il coro e una voce recitante che funge da trait d’unione tra i vari quadri; in essa l’orchestra non si limita al solo accompagnamento ma descrive l’ambientazione. I personaggi del Colombo, sia nell’originale francese sia nell’intonazione di Gambini, sono sei: Cristoforo Colombo (basso), il marinaio Fernando (tenore) e l’amata Elvira (mezzo soprano), un secondo marinaio (baritono), un mozzo (tenore), una madre indiana (mezzo soprano) e “lo storico”, ossia la voce recitante. A questi si aggiunge il coro (i marinai, i “genii dell’oceano”, i “selvaggi”) che si configura come vero e proprio personaggio. L’azione è suddivisa in quattro quadri.
Il primo, intitolato La partenza, è ambientato nel porto di Palos: tutto è pronto per la partenza di Colombo e dei suoi compagni che, nell’accomiatarsi dai familiari, giurano di seguirlo nella grande impresa.
Nella seconda parte, Una notte dei tropici, un mozzo piange la lontananza  della madre. I marinai trascorrono il tempo in allegria ma le canzoni sono interrotte dall’arrivo di una  tempesta. I naviganti invocano la protezione della Madonna; la tempesta svanisce e si torna ai canti e alla gioia.
Nella terza parte, intitolata La sommossa, i marinai, esasperati dal lungo viaggio e dalla calma del  vento che lo rallenta, minacciano Colombo; un vento favorevole ridona però moto alla nave, e la  sommossa è sedata.
La quarta parte, Il nuovo mondo, si apre con l’approdo dei naviganti, cui segue una  folkloristica “danza dei selvaggi”; una mesta ninna-nanna di una madre indiana che culla il figlioletto  morto precede il canto gaudioso dei marinai per la scoperta del Nuovo Mondo.

Gli aspetti descrittivi della musica di Gambini

L’ode-sinfonia di Gambini si compone di dodici “numeri”, suddivisi in modo disomogeneo tra le  quattro parti:

GAMBINI, 1851

DAVID, 1847

PARTE I – LA PARTENZA

1er PARTIE – LE DÉPART

1. Preludio e marcia

1. Introduction

2. Recitativo, aria, coro e stretta di Colombo: Il vento  che spira… D’un eroe dal cielo eletto

2. Air: La brise qui se lève

3. Solo et choeur: Amis fidèles

3. Duettino di Fernando e Elvira: Ricevi, Elvira, l’ultimo  addio

4. Les adieux, duo: Adieu ma belle, à toi toujours

4. Preghiera-Finale primo: O Dio possente (Colombo,  Elvira, Fernando, un marinaio, coro)

5. Le départ, symphonie

6. La prière, choeur: Dieu de bouté, Die tutélaire

PARTE II – UNA NOTTE DEI TROPICI

2e PARTIE – UNE NUIT DES TROPIQUES

5. Preludio e canzone del mozzo: Il mare è la mia patria

7. Introduction et Symphonie

8.Chanson du mousse: La mer est ma patrie

6. Coro dei Genii dell’oceano: La voce degli angeli – coro  dell’equipaggio

9. Choeur des Génies de l’Océan: La douce voix  des Génies

7. Visione (Fernando): La notte è profonda; ballata: Di  poveri panni (Marinaio e coro); coro: Oh! Come è caro

10. Le quart, reverie: Ô mer, où la nuit pleure 11. Choeur bachique: Oh! Qu’il fait bon près du  timon

8. Tempesta

12. Ouragan

PARTE III – LA SOMMOSSA

3e PARTIE _ LA RÉVOLTE

9. Gran scena ed aria di Colombo: Su, miei fidi, un lieto  canto

13. Le calme plat

14. Air: C’est un jour de gloire et de fête

15. Choeur de la révolte: Où sont les rives  fortuneés

16. Air: Attendex le nouvelle aurore

17. Récitatif: Voyez! Déja la mer respire 18. Choeur: Glorie à Colomb! Dieu l’écoute

PARTE IV – IL NUOVO MONDO

4e – PARTIE – LE NOUVEAU MONDE

10. Preludio e coro: Salve ridente suolo

19. Introduction et symphonie

11. Danza e coro dei selvaggi: Coperti di piume

20. Danse de sauvage, air de ballet

21.Choeur de sauvage: Parés de beaus plumages

11. Elegia della madre indiana: Sul tronco solitario

22. La mère indienne, berceuse: Sur l’arbre  solitaire

12. Finale: Di mia mano, alma bandiera (Colombo,  Fernando, Elvira, marinaio e coro)

23. L’arrivée, symphonie

24. Choeur final: A toi, chef immortel

 

 

La corrispondenza con il Colomb di David è pressoché totale. Ampio spazio è destinato ai cori che  occupano, nella ode-sinfonia di Gambini, tre dei dodici “numeri” previsti e intervengono con ampie  sezioni nelle arie dei solisti. Il compositore genovese, perseguendo un’ideale di canto espresso a lungo nei suoi scritti, confezionò una composizione in cui il gusto italiano per la melodia si unisce a  reminiscenze d’Oltralpe: una partitura quanto mai ambiziosa con un organico sinfonico corposo, composto da archi, flauti, ottavino, clarinetti, tromboni, oficleide, quattro corni, trombe, arpa, svariate  percussioni, e la cui strumentazione, oltremodo complessa e avviluppata, sorregge energicamente il canto  avvicinandosi più ai modelli francesi di Meyerbeer e Berlioz che non alla linearità degli operisti italiani.  Degno di interesse è il ricorso a elementi descrittivi affidati all’orchestra – ed è forse in questo aspetto  che possiamo riscontrare il carattere “sinfonico” del lavoro. Tale descrittivismo musicale si colloca su  due differenti livelli che interagiscono tra di loro: il primo, più generale, è la presentazione pittorica affidata all’orchestra tramite cellule tematiche ricorrenti per tutta l’ode-sinfonia, portatrici di significati  descrittivi specifici. In apertura della prima parte, il placido movimento delle onde increspate dalla brezza è dipinto da un intervallo di seconda ripetuto ossessivamente su cui si innesta una breve figura melodica  discendente, quasi fosse la prua di una nave che fende il mare.

Assente in David è il tema dei marinai presentato da Gambini subito dopo l’introduzione; l’eco della gioiosa e solenne marcia giunge da lontano, affidato ai soli fiati, e cresce viepiù a piena orchestra con l’avvicinarsi della spedizione.

Un analogo trattamento descrittivo si può riscontrare nell’uso di melodie ispirate a un descrittivismo dal sapore esotico ma dal carattere talvolta vagamente naif; ad esempio la “Danza e coro di selvaggi” (IV  parte), caratterizzata da un andamento ossessivo, sostenuto dal tamburello e dal sistro a campanelli. 

Il secondo livello descrittivo, più dettagliato, è offerto da piccole cellule tematiche, non sempre ricorrenti, con le quali l’orchestra commenta i versi cantati o recitati. Il “numero” che si presta maggiormente a un  simile naturalismo musicale è senza dubbio la tempesta che chiude la seconda parte. L’avvicinarsi della  bufera è descritto dal compositore riproponendo il tema della prua, dapprima in pianissimo e poi in  crescendo. Delle brusche fermate dei violoncelli e contrabbassi, poste in risalto anche dalle acciaccature e  dal rullo dei timpani, annunciano il lontano mormorare dei tuoni portati dal vento – il coro canta «Già  soffia il vento / già scoppia il tuon»;

Frequente il ricorso a rapide scale cromatiche ascendenti in crescendo per descrivere la furia della  tempesta.

Lo stesso cromatismo sia ascendente sia discendente ma in diminuendo viene invece adottato da Gambini  per raffigurare l’allontanamento dell’uragano. La figurazione viene ridotta alla sua cellula elementare, un  intervallo di semitono ripetuto ossessivamente che, come aveva anticipato all’inizio l’avvicinarsi della buriana, annuncia ora, scomparendo, il ritorno del sole. La calma è descritta dal clarinetto che ripropone  il tema della canzone di un marinaio interrotta poco prima dall’arrivo della tempesta.

Conclusioni

Appare quindi evidente che l’orchestra non si limita al solo sostegno delle voci, ma è essa stessa  “personaggio”: fautrice, di una serie di quadri altrimenti non delineati, corollario descrittivo al testo  cantato e recitato. Un tale trattamento dell’orchestra si configura come un unicum nel panorama del medio  Ottocento italiano. Nell’orchestrazione si riscontra l’attenzione di Gambini verso il repertorio d’Oltralpe: gli strumenti non solo partecipano alla massa sonora di supporto alle voci, ma concorrono essi stessi, con  il loro timbro, a specifici effetti descrittivi. Significativo, a tal proposito, il costante impiego di precise e  minuziose indicazioni esecutive – legato assai con accento misterioso, mormorando, lamentoso, perdendosi – che, come le linee prospettiche in una tela, sorreggono la partitura e disvelano il paesaggio celato dietro il  pentagramma. Nella conduzione della voce Gambini ricorre a una cantabilità di gusto tipicamente  italiano, belcantistico, con melodie lineari e semplici e che non indugiano in acrobatiche volute (è  praticamente assente qualsiasi agilità). Gambini nutrì molte speranze in questo suo lavoro e si impegnò affinché potesse essere eseguito anche altrove: ogni suo sforzo fu vano e Gambini vivente, il Colombo non fu più eseguito. Fu riproposto alla Società Filarmonica di Firenze il 17 febbraio 1877 suscitando ancora l’ammirazione del critico Vincenzo Meini definì «felice tentativo di musica descrittiva».

A Genova il ricordo di Gambini andò via via affievolendosi nonostante l’affetto degli allievi – Emilio Bozzano e i fratelli Cesare e Luigi San Fiorenzo, primi fra tutti. Nel 1892 il Comune di Genova interpellò  Giuseppe Verdi per un parere su chi incaricare per la composizione di un’opera celebrativa a Cristoforo Colombo in occasione dei quattrocento anni dal viaggio dell’esploratore. Il maestro di Busseto indicò  Alberto Franchetti il cui Colombo, su libretto di Luigi Illica, risuonò nella sala del Barabino alla presenza  del re Umberto I e della regina Margherita il 6 ottobre 1892. Nel tripudio dei festeggiamenti, Pietro  Carboni, vice bibliotecario dell’Università di Genova, pubblicò un voluminoso studio sui rapporti tra la  figura di Colombo e il teatro; all’interno vi descriveva per sommi capi l’ode-sinfonia di Gambini concludendo tranchant di «andar sicuri che il lavoro di Gambini non avrà avuto gli splendori di quello di  Feliciano David», a sancire l’oblio cui il nome di Gambini era inesorabilmente avviato.