N.1 2026 - Perché occuparsi di Cristoforo Colombo, oggi?

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L’uovo di Colombo nell’arte

Francesca Centurione Scotto Boschieri

Francesca Centurione-Scotto Boschieri è una professoressa di Letteratura italiana e Storia, giornalista pubblicista per il Giornale, art curator e Ambasciatrice onoraria di Genova nel mondo.

Da vent’anni vive e lavora a Londra, dove si è distinta come una promiente avvocata della cultura italiana, organizzando eventi di livello, festival, mostre,  e progetti collaborativi tra Italia e Uk. Per la sua azione nell’ideare il memorandum di intesa tra City of Genoa e City of London, firmato dalle due città nel 2023, tra le poche cittadine italiane, ha ricevuto la prestigiosa Freedom of the City.
Ha pubblicato vari libri tra cui, Un tea con Batoni (2008), Italiani a Londra (2012), Inglesi in Liguria (2023) in collaborazione con Alessandro Bartoli, che ha ricevuto il prestigioso Premio Anthia.
Il suo commitment nel perseguire la salvaguardia della cultura e del territorio l’ha portata a ricevere la prestigiosa carica di Presidente degli Amici dei Giardini di Hanbury, associazione italo-inglese. Recentemente collabora con prestigiose organizzazioni inglesi, nel promuovere il turismo in Italia. 

L'Autrice nella sala di Palazzo Lomellino (Genova) in cui è presente l'affresco di B. Strozzi "Cristoforo Colombo che aiuta la fede a sbarcare nel Nuovo Mondo"

Il geniale pittore inglese William Hogarth, nel 1752, per il lancio del suo libro teorico The Analysis of Beauty (L’Analisi della Bellezza) si inventava un curioso strumento di marketing: era un’incisione dal titolo Columbus Breaking the Egg (Colombo rompe l’uovo). Chi avesse sottoscritto il pagamento del suo libro anticipatamente, avrebbe risparmiato e avuto in dono la gravure come una sorta di ricevuta artistica. Quella piccola opera però conteneva in sé molti messaggi subliminali, in puro stile Hoghart. Del resto il pittore che ora riposa nel cimitero di Chiswick, proprio vicino al cenotafio del nostro Ugo Foscolo, aveva rivoluzionato la pittura tradizionale, imbalsamata tra cupidi e dee mitologiche, svecchiandola in quadri di genere, animati da una satira irriverente, sferzante, spesso politica e ricca di riferimenti, doppi sensi, giochi di parole e quanto il suo pennello fosse in grado di “parafrasare” dal linguaggio, dalla storia e dalla vita quotidiana.

William Hogarth, “Columbus Breaking the Egg” (Christopher Columbus), National Gallery

Nell’incisione, volutamente pensata come una sorta di ultima cena laica con echi leonardeschi, Hogarth si diverte ad aggiornare una favoletta apocrifa attribuita al famoso navigatore genovese.

L’aneddoto, noto come l’uovo di Colombo, aveva avuto una certa fortuna, soprattutto nei paesi protestanti. Lo aveva messo in giro Gerolamo Benzoni, un viaggiatore milanese, che aveva trascorso quindici anni della sua vita, dal 1541 al 1556, ad esplorare le Americhe. Nel suo libro “La Historia del Mondo Nuovo” uscito a Venezia nel 1565, per primo raccontava l’aneddoto di una cena avvenuta tra Colombo e giovani nobili nel 1493, a casa del Cardinale Pedro Gonzales de Mendoza, protettore del genovese. Siccome alcuni invidiosi spagnoli sminuivano la sua impresa, ritenendola ovvia, Colombo chiese ai commensali di far stare ritto un uovo sul piano del tavolo. Nessuno riuscì, finché il grande navigatore svelò il modo, banalmente schiacciandone una parte. Alcuni dicono non proprio così semplicemente. Colombo non avrebbe rotto l’uovo come mostra Hogarth, ma semplicemente scrollandolo, ne avrebbe rotto la camera d’aria interna, permettendo al rosso di scendere sul fondo, e dunque tenere l’uovo diritto. E questo a prova che senza conoscenze, lo stesso Colombo non sarebbe neppure partito.

Thomas Robson, da W.Hogarth, Colombo e l’uovo, olio su tela, 14 x 18 cm, Warrington Museum - Art Gallery (United Kingdom)

Comunque sia, il libro del Benzoni divenne molto popolare soprattutto nei paesi protestanti, perché criticava il modo in cui gli Spagnoli trattavano gli indigeni, e così la storiella ebbe larga diffusione.
Il Benzoni non era uno scrittore originale, e spesso riportava per sentito dire e con poca accuratezza. Ma questo aneddoto divenne lo stesso popolare, anche per la sua morale: a differenza di chi millantava che, con gli stessi strumenti di Colombo, avrebbe raggiunto l’America, il Genovese dimostrava che “lui invece l’aveva fatto”.
La storia divenne il simbolo non solo del mettere a tacere il fastidioso refrain ‘l’avrei fatto anch’io’ detto a cose compiute, ma in senso lato la possibilità di raggiungere cose dai più ritenute impossibili trovando soluzioni. Ad essere onesti, Benzoni avrebbe dovuto confessare di avere probabilmente letto questo aneddoto in qualche testo precedente. La stessa identica storia dell’uovo era già stata attribuita a Filippo Brunelleschi da Luca Pacioli nell’opera “De viribus quantitates” opera ben anteriore a quella del Benzoni e ripresa anche dal Vasari.
Il Vasari riportava, “per sentito dire” che Brunelleschi, non volendo mostrare i suoi disegni segreti della cupola di Santa Maria del Fiore, di fronte all’ insistenza dei colleghi che volevano vederli perché non credevano sarebbe riuscito nell’impresa, li invitò a far stare l’uovo in piedi, e dinanzi all’incapacità di questi, riuscendovi, li prese in giro dicendo che sarebbero riusciti nell’intento anche loro, ma solo dopo aver visto, e copiato, i suoi disegni.
Vasari voleva naturalmente far emergere il carattere di Brunelleschi, la sua capacità di risolvere problemi complessi, di convincere i suoi detrattori, e la sicurezza delle sue idee. L’aneddoto dell’uovo era sintesi visiva di tutto questo, e assurgeva quasi a simbolo.
La storia dell’uovo doveva essere comunque ben precedente a queste narrazioni italiche, forse addirittura una storia arrivata dall’oriente e certamente come nel trattato di giochi matematici di Piero di Filicalia, anche con differenti interpretazioni molto più complesse.

Hogarth però e stranamente, non si riferisce a Brunelleschi, ma a Colombo. Come lui, si paragona a colui che si era messo al di là dei limiti, che aveva sfidato l’oceano, l’impossibile, e l’incisione era un chiaro messaggio a tutti i detrattori che Hogarth già sapeva sarebbero usciti sui giornali con critiche feroci alla sua opera. Usò l’aneddoto di Colombo per affermare che “la mia scoperta del principio della Bellezza è come la scoperta dell’America, sembra facile solo dopo che qualcuno c’è riuscito".

A testimonianza del successo di questa piccola parabola mondana per difendersi da tutti coloro che “remano contro”; dalla piccola incisione in bianco e nero di Hogarth di quella metà Settecento inglese così pregna di suggestioni italiane e navali, centotrent'anni dopo, nel 1892, in occasione della Esposizione Italo Americana per celebrare il grande navigatore, si decide per un’opera decisamente ben più monumentale, sebbene effimera: un uovo di Colombo architettonico. Un grande, immenso omaggio visivo proprio all’aneddoto del Benzoni. Il padiglione a forma di uovo gigantesco, in legno e gesso, viene innalzato nell’area di Piazza della Vittoria angolo con Spianata Bisagno, a Genova.
Il simbolismo è chiaro: entrare nell’uovo significa entrare metaforicamente nell’intuizione che aveva rivoluzionato il mondo. La struttura poggiava su una base schiacciata proprio come nella storiella, e all’interno, come sorpresa, vi era ospitato un caffé-ristorante e una birreria.
Una sorta di bizzaria, una folie di 26 metri di altezza, un capriccio che avrebbe divertito certamente Hoghart, e che dal luglio di quell’anno di celebrazioni fino a dicembre, divertì anche i tantissimi visitatori, accorsi a vederlo.
Ci furono balli, spettacoli, competizioni, feste, concerti, meraviglie tecnologiche di vario genere, capricci, ma su tutti svettava l’uovo del Cavalier Giuseppe Quarone, che con i suoi tre piani interni, illuminati da futuristiche finistre ovali, accoglieva amanti della buona cucina.
L’uovo purtroppo andò in fumo, avvampando in un incendio il Giorno dell’Epifania del 1893, poco meno di un mese dalla fine di quello straordinario avvenimento per la città.
Giuseppe Quarone però aveva certamente messo in evidenza lo spirito impreditoriale ligure, riuscendo a trasformare un’antica storiella apocrifa in un business commerciale di grande successo, e in un luogo di incontro in una Genova che per l’occasione si era veramente superata. Vennero realizzate attrazioni incredibili: si poteva salire su una ferrovia elettrica, una delle prime in Italia, per raggiungere i vari padiglioni; immergersi in una ricostruzione del porto Antico, tra botteghe artigiane e figuranti in costume; ammirare grandi fontane luminose, le tre caravelle riprodotte puntigliosamente e ormeggiate in porto o esplorare il padiglione degli Stati Uniti ricco di innovazioni industriali e i primi telefoni e fonografi portati da Thomas Edison.
Sebbene con fini ben diversi, l’uovo di Colombo fu marketing per Hoghart e marketing anche per il Cavalier Giuseppe Quarone e le sue eleganti signore di fine Ottocento, che piegavano i loro ombrellini da sole, per immergersi in un’esperienza che sarebbe piaciuta a Disney, a sorseggiare birra in modo assolutamente inaspettato e originale.
Luciana Frassati, poetessa, scrittrice, e sorella del Santo Pier Luigi Frassati, attenta osservatrice, non si lasciò sfuggire questa storia, e nel suo fondamentale libro Genova come era 1870/1915 ricorda l’Uovo di Colombo come emblema della Genova Belle Epoque, sottolineandone la bizzaria architettonica in contrasto con la sobrietà dei palazzi circostanti, costruzione effimera ma indelebile nella memoria collettiva, e vero e proprio ‘monumento alla trovata pubblicitaria’, che ha “trasferito un semplice aneddoto in reperto storico della cultura urbana di fine Ottocento”.

Genova, Esposizione Italo-Americana, L’Uovo di Colombo, L’Illustrazione popolare, Fratelli Treves Editori, Milano, 1892

Altri artisti si sono cimentati nella riproduzione artistica dell’uovo di Colombo. E non meraviglia, perchè non solo ad attirare è la storia ma anche la forma stessa dell’uovo, che da sempre rappresenta il cosmo e la sua perfezione in varie tradizioni del mondo. Dalla cosmogonia egiziana, che nasce proprio da un uovo, e si riverbera nella tradizione orfica greca, a quella più lontana cinese dell’uovo di Pangu ai riti di fertilità meso-americani, l’uovo rappresenta vita e morte, nascita e rinnovamento, costituendo una delle più potenti immagini della vita stessa e della sua perfezione.

Uova celebri percorrono la storia dell’arte, a partire dalle tombe della Valle dei Re, alla Pala di Brera di Piero della Francesca (1472) dove l’uovo di struzzo pende sopra la Vergine, dando l’immagine di uno spazio tridimensionale, atto alla nascita in purezza del Cristo, all’inquietante uomo-albero di Hieronymous Bosch, ne Il Giardino delle Delizie (1490-1510) dove un uomo dal corpo di uovo si apre per mostrare una taverna infernale, alle uova di Dalì che le riproduce in maniera ossessionante anche sopra il suo Teatro Museo di Figures. L’uovo è stato sempre rappresentato come divino-perfetto o diabolico-rotto. E forse non è un caso che anche Lucio Fontana, nel suo concetto spaziale intitolato La fine di Dio del 1964, aggredisca proprio una tela a forma di uovo con i suoi famosi buchi.

Ma quali opere sono state direttamente influenzate dall’aneddoto di Colombo?
Sicuramente cento anni dopo le Colombiane Genovesi del 1892, per L’Esposizione Universale del 1992, la città di Mosca non mancò di meravigliare, inviando in dono alla citta di Siviglia quella che è considerata la più grande scultura in bronzo della Spagna. Cinquecento tonnellate, nove mesi per montarla, quarantacinque metri di altezza, l’opera dell’artista georgiano Zurab Tsereteli, El Huevo de Colon non passa certo inosservata e rappresenta proprio Colombo, che all’interno di un enorme uovo aperto e formato con le vele delle sue caravelle, mostra una mappa con le sue navi mentre viaggiano verso il “Nuovo mondo”.
L’opera manca certamente di proporzione, ma non si può certo dire che passi inosservata, così come L’Ou de Colon, il monumento a Sant Antoni de Portmany, a Ibiza, dove al centro di un uovo di sei metri viene collocata una riproduzione in bronzo della Santa Maria.
Gli artisti locali, Antonio Hormigo, Julio Bauza e Nito Verdera, nel 1990, anno della collocazione dell’opera, volevano celebrare la nascita di Colombo, secondo loro nato proprio a Ibiza. Purtroppo questi due esempi sono molto lontani dalla capacità di veicolare in modo appropriato i multipli messaggi che la storia del Benzoni e l’estetica dell’uovo potrebbero suggerire ad artisti di livello nazionale e internazionale, in una nuova rivalutazione di miti archetipi e condivisi e soprattutto di una matura coscienza di che cosa effettivamente porre come statuaria civile e di piazza, riflessione nata anche dalle recenti contestazioni e sfregi delle statue di Colombo in America.
Se il trionfo dell’ingegno sulla mediocrità, che l’aneddotto colombiano di fatto suggeriva a vari pittori ottocenteschi, tra cui Johann Geyer, Beneš Knüpfer, e a Thomas Robson seguace dell’Hogarth, era tema popolare per la sua sfumatura moraleggiante, come si è visto, Quarone ne perdeva totalmente i connotati etici, ne usava le qualità pubblicitarie. Antonio Boggeri, fondatore del suo famoso studio omonimo, recupera, nel 1933, l’uovo di Colombo con le stesse finalità, proprio per presentarsi ad un mondo industriale milanese, dove la purezza della linea assorbe in sé la soluzione comunicativa dello studio come brillante, essenziale, risolutivo.
Non si trattava di una scultura ma di una brochure promozionale, con un’opera che per alcuni rappresenta l’atto di nascita della grafica moderna. Proprio come Colombo con il suo gesto dell’uovo, Boggeri tracciava sulla carta una nuova via, uno stile grafico rigoroso e celebrava il suo Uovo di Colombo, che inaugurava la nascita del suo studio, come “l’espressione semplice e universale della pubblicità”.
Ecco, da questa sintesi perfetta tra estetica e significato e dalla riflessione di Bruno Munari, come oggetto di design Perfetto, potrebbe riaprirsi uno spazio interessante di ri proposizione del grande navigatore, che possa unire all’interno di un simbolo così universale come l’uovo, una visione artistica più rigorosa ed essenziale, dove la parte figurativa del grande navigatore, possa cedere a espressioni più contemporanee che possano diventare manifesto universale di una storia di amicizia tra paesi, al di là delle divisioni e delle fratture che la storia ha creato.

Zurab Tsereteli, "El Huevo de Colón", Siviglia
"L'Ou de Colón", Sant Antoni de Portmany, Ibiza
Antonio Boggeri, "L’uovo di Colombo", Catalogo Studio Boggeri