Perché parlare oggi di Cristoforo Colombo. Risponde Tiziana Beghin
Eletta nel maggio del 2025 come assessora del Comune di Genova con deleghe a Commercio e Artigianato, Turismo, Marketing Territoriale, Relazioni e Progetti Europei. È stata deputata al Parlamento europeo dal 2014 al 2024. Durante l’ottava e la nona legislatura si è occupata prevalentemente di Relazioni e Commercio internazionali.
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Eletta nel maggio del 2025 come assessora del Comune di Genova con deleghe a Commercio e Artigianato, Turismo, Marketing Territoriale, Relazioni e Progetti Europei.
È stata deputata al Parlamento europeo dal 2014 al 2024. Durante l’ottava e la nona legislatura si è occupata prevalentemente di Relazioni e Commercio internazionali.
Parlare oggi di Cristoforo Colombo significa confrontarsi con una figura che appartiene insieme alla storia di Genova, alla storia europea e alla storia globale. A 520 anni dalla sua morte, avvenuta nel 1506, il suo nome continua a generare dibattito, interrogativi, riletture. Ed è proprio questa stratificazione di significati che rende necessario – soprattutto in una sede di riflessione come quella del Centro Studi Colombiano – un confronto serio, documentato, capace di tenere insieme memoria e critica.
Come Assessora al Turismo del Comune di Genova ed ex parlamentare europea, sono convinta che parlare oggi di Colombo significhi esercitare una responsabilità culturale. Responsabilità nel non rimuovere, nel non semplificare, nel non cedere né alla celebrazione acritica né alla cancellazione simbolica. La storia, per essere feconda, deve essere compresa nella sua complessità.
Lo scorso ottobre, in occasione dell’anniversario del 12 ottobre 1492, davanti alla Casa di Colombo, ricordavo come non fossimo riuniti semplicemente per rievocare un’impresa navale, ma per onorare lo spirito umano che l’ha resa possibile. Quel viaggio non fu soltanto l’attraversamento di un oceano: fu l’avvio di una nuova fase della storia mondiale, l’inizio di una connessione stabile tra Europa e Americhe, tra Mediterraneo e Atlantico.
In quella circostanza parlai del coraggio e della curiosità di un uomo genovese che osò sfidare l’ignoto. Oggi sento il dovere di collocare quelle parole dentro un quadro più ampio. Quel ponte tra mondi fu generatore di scambi – culturali, scientifici, alimentari, linguistici – che trasformarono profondamente entrambe le sponde dell’Atlantico. Ma fu anche l’inizio di processi di conquista, sfruttamento e violenza che segnarono in modo drammatico le popolazioni indigene e ridisegnarono equilibri demografici e ambientali.
Non possiamo ignorare questa dimensione. Le sofferenze inflitte alle comunità native, l’imposizione di nuovi assetti politici ed economici, la diffusione di malattie e le fratture sociali che ne derivarono sono parte integrante di quella storia. Parlare oggi di Colombo significa riconoscere le ombre insieme alle luci, evitando tanto l’anacronismo quanto la rimozione.
Colombo è figlio del suo tempo: un’epoca di competizione tra monarchie europee, di fervore religioso, di avanzamenti nelle tecniche di navigazione e cartografia. La sua impresa fu il risultato di una combinazione di visione personale, capacità marinaresche e circostanze storiche favorevoli. Ridurlo a icona immacolata o a simbolo univoco di oppressione significa tradire la complessità del processo storico che egli contribuì ad avviare.
Quando richiamavo lo “spirito di Colombo”, intendevo riferirmi a una tensione verso l’oltre che appartiene alla tradizione genovese: il mare come spazio di possibilità, non come barriera. In un’epoca in cui gli oceani si attraversano in poche ore e le distanze si comprimono nella dimensione digitale, quella tensione conserva una sua attualità: il progresso nasce dalla capacità di immaginare rotte nuove e di costruire connessioni.
Per Genova, Colombo non è soltanto una figura del passato. È parte di un’identità civica legata alla dimensione marittima e internazionale. La città è stata nei secoli crocevia di traffici, culture e saperi. Questa vocazione all’apertura è un tratto che ancora oggi informa le nostre politiche culturali e turistiche.
Nel centro storico, la Casa di Colombo costituisce un luogo emblematico di questa memoria. Non è tra le attrazioni più enfatizzate del nostro patrimonio, e tuttavia è tra le più visitate. Migliaia di persone, provenienti dall’Italia, dall’Europa e dalle Americhe, vi entrano ogni anno con il desiderio di comprendere meglio la figura del navigatore. È uno spazio raccolto, che invita più alla riflessione che alla retorica, e che può diventare sempre più un luogo di dialogo tra narrazioni differenti.
Accanto a questo presidio storico, la città ha scelto di investire in un approccio museale capace di affrontare la complessità. Presso il Galata Museo del Mare è stata inaugurata la nuova Sala Colombo, con il percorso Impatto. Cristoforo Colombo e il Mondo Altro. La scelta del termine “impatto” non è neutra: sostituisce la categoria tradizionale di “scoperta” con un concetto che richiama l’idea di incontro-scontro, di collisione tra mondi portatrice di trasformazioni profonde.
Il percorso museale, articolato in più sezioni, mette in dialogo documenti d’archivio, ricostruzioni cartografiche, installazioni immersive e testimonianze iconografiche. L’obiettivo non è offrire un racconto unidirezionale, ma proporre uno spazio interpretativo in cui il visitatore possa confrontarsi con le conseguenze storiche, culturali, sociali e ambientali di quell’evento. È una scelta che colloca Genova nel solco dei musei internazionali che preferiscono educare alla complessità piuttosto che semplificare.
Un ulteriore tassello di questa narrazione è rappresentato dal “Colombo giovinetto” scolpito da Giulio Monteverde, oggi conservato al Castello d'Albertis Museo delle Culture del Mondo. L’opera raffigura un giovane pensoso, ancora lontano dalla consacrazione pubblica e dalle controversie storiografiche. È un’immagine che restituisce la dimensione umana del personaggio: prima dell’ammiraglio, prima del mito, vi è un ragazzo che immagina il mare come orizzonte di possibilità. Anche questa rappresentazione contribuisce a sottrarre Colombo alla rigidità delle categorie ideologiche.
Da ex parlamentare europea ho potuto constatare quanto sia cruciale costruire relazioni fondate sul rispetto reciproco e sulla consapevolezza delle radici comuni. La storia atlantica inaugurata nel 1492 è l’inizio di una vicenda condivisa tra Europa e Americhe. Oggi, in un contesto internazionale che richiede cooperazione multilaterale, sviluppo sostenibile e tutela dei diritti, quella storia può essere riletta come punto di partenza per un dialogo rinnovato e paritario.
Il 520° anniversario della morte di Colombo non è dunque un’occasione per una celebrazione rituale. È un’opportunità per interrogarsi sul modo in cui le società contemporanee elaborano il proprio passato. Non si tratta di difendere simboli in modo acritico né di rimuoverli per sottrarsi al conflitto. Si tratta di comprendere, contestualizzare, discutere.
Quando, lo scorso ottobre, invitavo le giovani generazioni a non smettere di esplorare e di costruire ponti, intendevo proprio questo: assumere la lezione della storia nella sua interezza. Coltivare il coraggio e la curiosità, ma anche la responsabilità, l’ascolto e l’empatia verso memorie diverse dalla propria.
Parlare oggi di Cristoforo Colombo significa parlare di noi: del nostro rapporto con la modernità, con l’eredità coloniale, con la costruzione delle identità nazionali e transnazionali. Significa riconoscere che la storia globale nasce da incontri spesso conflittuali, ma che proprio nella loro comprensione può trovare le basi per una convivenza più consapevole.
Genova può offrire un contributo originale a questo dibattito internazionale. Non con toni autocelebrativi, ma con la forza di una città che ha fatto del mare uno spazio di connessione. La Casa di Colombo, il Galata Museo del Mare e il Castello d'Albertis Museo delle Culture del Mondo non sono soltanto luoghi turistici: sono spazi di memoria attiva, laboratori culturali in cui il passato diventa materia viva di confronto.
A 520 anni dalla sua morte, Colombo continua a interrogarci. Sta a noi decidere se limitarci a una contrapposizione sterile o trasformare quella figura in un’occasione di conoscenza reciproca. Io credo nella seconda strada: quella del dialogo, della complessità, della costruzione di ponti.
È la strada che Genova, città di partenze e di ritorni, ha sempre saputo percorrere.