Quando il museo teme la tempesta: appunti dalla sala Impatto
È impiegato presso una società pubblica, si occupa da venti anni di progettazione culturale, settore nel quale ha dato vita a numerosi progetti.
Siciliano, vive nell’entroterra ligure ed opera prevalentemente in questa regione. Laureato in Storia, ha cominciato a studiare il Medioevo a diciotto anni e non ha ancora smesso.
Il cinque dicembre del 2025 è stata inaugurata al Galata Museo del Mare di Genova la nuova sala “Impatto”, dedicata alla vita ed alle scoperte di Cristoforo Colombo. Essa ha suscitato una certa eco nel mondo culturale genovese, soprattutto per la caratteristica, propria anche del titolo, di offrire un’ottica più critica rispetto alle conseguenze di questa scoperta sul continente americano. Queste riflessioni nascono dalla visita della sala, svolta a fine dicembre dell’anno scorso.
Va detto innanzitutto che il titolo è sproporzionato rispetto alla struttura dell’allestimento: il tema dell’impatto sulle popolazioni amerinde ed in generale sull’ecosistema locale, nonché quello dell’influenza (ben nota) dell’impatto della biodiversità americana sulle abitudini alimentari europee, occupa una parte tutt’altro che maggioritaria, mentre il resto della sala è dedicato a Cristoforo Colombo. La polemica, quindi, è primo di tutto eccessiva: si sta esagerando la portata dell’oggetto del contendere. Tuttavia mi attengo ad essa e cerco di restituire la mia valutazione in merito, solo dopo aver detto due cose: 1) come detto, la sala è altresì ricca di postazioni multimediali dedicate alla grandezza del navigatore genovese e alla difficoltà intrinseca delle sue imprese 2) l’allestimento è, in tutti i suoi aspetti, molto ben fatto.
Ma torniamo al tema “impatto”. Certamente vengono proposti elementi storici forse meno noti ai più. Dico forse perché in realtà l’impatto popolare di certe mode pseudo culturali di questi anni non può essere sottovalutato. Come immaginabile, si pone sotto focus il crollo demografico amerindo ma chiaramente se ne attribuisce causa soprattutto all’introduzione di malattie per le quali non esisteva immunità in quelle popolazioni, più che a una volontà di sterminio. È un dato importante, ma presentato in modo talmente sintetico da meritare almeno qualche riferimento scientifico. Faccio soprattutto riferimento alle cifre del fenomeno. Esse presentano aliquote talmente grandi che viene la, credo, legittima curiosità al visitatore di approfondire le fonti e gli studi che le determinano. Resta un elemento oggettivo che andrebbe esaltato, ovvero quello per cui la principale causa di morte fu quella che rimase tale anche nei paesi dei “conquistatori” per altri quattrocento anni, fino alla scoperta (ma non sarebbe più corretto dire invenzione?) degli antibiotici…
Ci sono almeno altri tre aspetti da considerare, che definirei: anacronismo, omissione, relativismo.
Anacronismo: si tende ad accusare Colombo e gli europei di un “colonialismo feroce” (uso le virgolette in quanto mia definizione, non la troverete nelle postazioni e meno male) nel senso moderno del termine. Però l’errore più grave che si possa fare, quando si fa storia, è imporre categorie morali a persone o popoli che non potevano averle. Accusare Colombo di colonialismo equivale ad accusarlo di non aver usato un C 130 per attraversare l’Atlantico. Storia e moralismo devono restare su piani paralleli. Per la fine del ‘400 fare e pensare come Colombo, come gli altri spagnoli, come i reali di Spagna e come tutti gli europei era assolutamente nelle corde della loro “mentalità”. Soprattutto nella loro condizione sociale e culturale. Altri pezzi della società dell’epoca, e sarà ciò oggetto del prossimo punto, non condividevano certi metodi, ma assolutamente condividevano i fini. Allora quello che intendo dire è che non si può affidare ai limitati mezzi di una postazione multimediale la complessità di una questione storiografica di tale portata. Non è il suo compito e non può riuscirci. Per forza, si banalizza, e Colombo rimane il cattivone che, magari indirettamente, stermina gli indigeni.
Omissione. Si tace del tutto l’azione della Chiesa cattolica che cercò di mitigare le violenze sugli amerindi, e si accenna appena alla corrente di pensiero – attiva e presente nell’Europa del XVI secolo – che denunciava quanto stava accadendo. Naturalmente senza mettere in discussione l’idea, allora condivisa, che gli indigeni andassero “civilizzati”, cioè prima di tutto convertiti. Siamo di nuovo al tema della complessità di prima. Ma omettere una realtà storica come questa non è concesso nemmeno ai modi stringenti di una postazione museale.
Infine, il tema più sotterraneo e più difficile da trattare: il relativismo. Le civiltà locali vengono talvolta presentate come eden incontaminati devastati dagli europei. È evidente che nessuno può pensare che la civiltà possa essere “esportata” con la violenza. Ma se l’obiettivo dichiarato della sala è “porre tutti gli elementi sul piatto”, allora occorre includere anche gli aspetti più feroci di quelle società, che avevano nei riti religiosi sanguinari uno dei loro tratti distintivi. Se si vuole dare la lettura dello scontro tra civiltà, allora tutte devono essere raccontate per intero.
Non mi rassegnerò mai a quel relativismo secondo cui ciò che accade “in casa propria” sarebbe automaticamente giusto solo perché appartiene a quella cultura: altrimenti finiamo per giustificare tutto, dal delitto d’onore che esisteva dalle mie parti (sono siciliano) fino agli anni Cinquanta alla conculcazione dei diritti delle donne nell’Iran del 2026. Questo vale per i riti sanguinari degli amerindi come vale per il colonialismo occidentale, ovviamente.
Comprendere non significa giustificare. Le società vanno lette nel loro contesto, ma la storia dell’Occidente ha prodotto trasformazioni istituzionali che hanno ridotto la violenza e ampliato la tutela della persona. Non è “occidentalismo”: è riconoscere che il superamento dei sacrifici umani, come quello del colonialismo, appartiene a un processo storico reale, non a un giudizio morale retroattivo.
È un tema troppo grande per essere affidato a una sala museale. E, mi autodenuncio, anche a questo articolo. Ma certo non può essere affrontato da una postazione e mezza.
Conclusione: ho l’impressione che si volesse tappare un buco – a Genova c’è probabilmente il più importante Museo del Mare e della Navigazione d’Italia, forse d’Europa, e non c’era nulla che parlasse del navigatore più importante della storia, genovese – ma lo si sia voluto fare pagando un prezzo (addirittura nel titolo) a una certa moda culturale. Come se fosse necessario compiere una importante azione di narrazione di un grande personaggio, ma con la paura di essere coinvolti nel marasma della “Cancel Culture”, corrente culturale nefasta e sbagliata per le ragioni che ho provato a descrivere sopra. Resta nell’allestimento un’ambiguità che potrebbe far pensare: ma di Colombo, ci dobbiamo vergognare?