N.1 2026 - Perché occuparsi di Cristoforo Colombo, oggi?

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Ha ancora senso dedicare uno spettacolo a Cristoforo Colombo?

Amedeo Romeo

Diplomato in recitazione, ha lavorato come attore, autore e regista teatrale. È stato Direttore del Centro di Formazione dei Teatri Possibili e coordinatore dell’omonima rete nazionale di scuole di teatro. Oggi dirige la Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse di Genova.

Tonino Conte ha affrontato diverse volte la figura di Cristoforo Colombo, sia con lo spettacolo per le scuole La ballata di Colombo, il sognatore, del 2005,  sia in particolare con L'albero del cacao ovvero Cristoforo Colombo dal seme al frutto, 1991/92, testo di Gian Piero Alloisio e Tonino Conte, regia di Tonino Conte, scene di Emanuele Luzzati, costumi di Bruno Cereseto e Danièle Sulewic, musiche di Gian Piero Alloisio, spettacolo estivo a stazioni.

 

Se provo ad immaginare cosa abbia affascinato Tonino nella figura di Cristoforo Colombo, la risposta che mi do è che probabilmente non si tratta né dell’eroismo, né del desiderio di scoperta, ma piuttosto della testarda ostinazione nel perseguire un sogno osteggiato da tutti, e soprattutto dal senso comune. Per come ho conosciuto Tonino regista e autore, sono certo anche che ad appassionarlo sia stata la dimensione rocambolesca dell’avventura di Colombo, l’imperfezione, gli errori che lo hanno portato ad ottenere un grande risultato, sebbene diverso da quello a cui mirava.

Ecco, io credo che il teatro di Tonino Conte fosse spesso così, come quello di Emanuele Luzzati, come quello che il Teatro della Tosse continua a fare, deliberatamente imperfetto, sghembo, innovativo e coraggioso.

Ha ancora senso dedicare uno spettacolo a Cristoforo Colombo? Io penso proprio di sì, e precisamente per quanto appena scritto, perché la vicenda di Colombo, al di là del suo portato Storico innegabile, ma sicuramente controverso, è prima di tutto una vicenda umana, fatta di grandi passi e di inciampi, di errori e di riscatto, di fallimenti. E il teatro è proprio di questo che si nutre, parla dell’uomo nelle sue imperfezioni, parla di fallimenti.

Non è un caso che le scritture novecentesche dedicate a Colombo siano caratterizzate ora da una dimensione onirica, si pensi a De Ghelderode, ora da una dimensione ironica e dissacrante, come nel testo di Dario Fo. Perché se il teatro deve parlare dell’essere umano, non può che farlo scoprendone più i vizi che le virtù, esplorando le erranze dell’anima, più delle imprese eroiche e delle grandi scoperte. E in questo la figura di Colombo è impareggiabile, perché è una figura mastodontica e al contempo imperfetta, profondamente umana.

Mi piace concludere questa breve riflessione con due citazioni che penso spieghino molto bene questo concetto, e che potrebbero benissimo essere riferite a un ipotetico personaggio di Cristoforo Colombo per la scena.

Io stesso sono passabilmente onesto, ma potrei accusarmi di tali bassezze, che sarebbe meglio mia madre non mi avesse messo al mondo. Sono molto orgoglioso, vendicativo, ambizioso, con più offese a disposizione che pensieri in cui formularle, immaginazione per plasmarle e tempo per attuarle. Perché gente come me dovrebbe strisciare fra cielo e terra? Siamo tutti furfanti matricolati, non credere a nessuno.

Amleto, Atto III, scena I, William Shakespeare

«Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio.»
Malloy, Samuel Beckett