N.1 2026 - Perché occuparsi di Cristoforo Colombo, oggi?

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L’Eldorado americano, Cristoforo Colombo e i Palazzi dei Rolli genovesi

Aldo Caterino

Storico della navigazione, Ufficio Relazioni Esterne Istituto Idrografico della Marina. In passato, Museo Navale di Genova, Padiglione del Mare e della Navigazione e Biblioteca Universitaria di Genova. Direttivo Centro Studi Martino Martini per le relazioni culturali Europa-Cina, Università di Trento e Comitato scientifico del Centro Studi Colombiano.

Introduzione

È uscito recentemente per i tipi dell’editore Il Portolano di Genova l’ultimo libro di Francesco Surdich, un’opera monumentale intitolata La Via dell’Argento. Lo scambio colombiano e l’Eldorado americano tra sogno e realtà. Si tratta di una ricca e completa disamina sulla scoperta, conquista e colonizzazione dell’America centro-meridionale da parte degli ispano-portoghesi (ma anche, sebbene in misura minore, di inglesi, francesi e olandesi) e sulle sue conseguenze in campo politico, economico, sociale e culturale per l’Europa e il resto del mondo. Il libro costituisce insieme il testamento spirituale e il capolavoro storiografico di Francesco, cui sono serviti tre anni di studio “matto e disperatissimo” (o tutta la vita, se consideriamo la mole di studi e ricerche che ha dedicato a tale argomento nella sua lunga carriera), cimentandosi con tutti gli aspetti legati alle esplorazioni geografiche, ai collegamenti marittimi, all’espansione territoriale, alla conquista spirituale e alla gestione amministrativa dei territori coloniali.

Tra le pagine più interessanti vi sono quelle dedicate allo sfruttamento delle ricchezze minerarie del Nuovo Mondo, quel fiume d’oro ma soprattutto d’argento che si riversò nel corso di tre secoli sulla Spagna, l’Italia e il resto d’Europa, estratto principalmente nel Cerro Rico di Potosí, ma anche in altre parti del vicereame del Perù e in quello della Nuova Spagna, che resero la monarchia asburgica la più ricca e potente del pianeta. Un copioso afflusso di ricchezze che fu una delle cause scatenanti della “rivoluzione dei prezzi” verificatasi tra Cinquecento e Seicento, garantendo una disponibilità di mezzi di pagamento prima impensabile, provocando un aumento esponenziale dei prezzi delle materie prime, dei generi alimentari e dei prodotti manifatturieri e determinando la decisa “monetarizzazione” delle varie economie-mondo a livello planetario. Un’epoca in cui si verificò anche la prima globalizzazione della storia, quando i beni di lusso prodotti in un determinato paese o continente venivano convogliati verso i mercati di sbocco tramite una rete di trasporti marittimi che abbracciava quasi all’intero globo.

L’impero spagnolo e il debito pubblico

La potenza della Spagna, all’epoca, si reggeva sull’enorme apparato militare necessario per mantenere il controllo di un impero “sul quale non tramontava mai il Sole”. Le spese militari crebbero a dismisura nel corso del Cinquecento, in seguito alla sempre più ampia diffusione delle armi da fuoco pesanti e leggere sia a terra che a bordo e all’aumento esponenziale del numero di soldati impegnati nelle attività belliche. Basti dire che la Spagna, nel 1470-1480, aveva circa 20.000 uomini sotto le armi, che salirono a 150.000 nel 1550-1560, a 200.000 nel 1590-1600 e a 300.000 nel 1630-1640, culmine di un secolo e mezzo di guerre per la supremazia in Europa, per scendere a 100.000 nel 1650-1660, dopo la conclusione dei vari conflitti (guerra degli Ottant’anni, guerra dei Trent’anni).

L’imperatore Carlo V, al momento della sua abdicazione nel 1556, lasciò al figlio Filippo II un debito di circa 20 milioni di ducati, con un deficit annuo intorno al milione: un’eredità senza dubbio pesante, ma destinata a salire ulteriormente nei decenni successivi. Soltanto pochi anni più tardi, infatti, nel 1574, in una relazione scritta di suo pugno, Juan de Ovando, il principale consigliere finanziario di Filippo II, calcolò che, tra debiti e obbligazioni, il disavanzo della corona ammontava a 74 milioni di ducati: 14 volte le entrate annuali della Spagna! E ciò sebbene le entrate di Carlo V fossero triplicate durante il suo regno, mentre Filippo II le aveva raddoppiate nel solo periodo 1556-1573, per vederle poi triplicare entro la fine del suo regno. Il debito accumulato, unito alle ingenti spese militari e alla necessità, anche in tempo di pace, di provvedere alla difesa di un impero che abbracciava quattro continenti (la sola Armata delle Fiandre, che combatteva contro i ribelli olandesi, costava da due a quattro milioni di ducati all’anno, per salire a 10 milioni nel 1598; tra il 1566 e il 1654 la Spagna inviò almeno 218 milioni di ducati alla tesoreria militare dei Paesi Bassi, quasi il doppio del totale delle entrate delle Indie, pari a 121 milioni di ducati), rese la situazione finanziaria del paese estremamente precaria, tanto che Filippo II dovette dichiarare bancarotta per ben quattro volte durante il suo regno: nel 1557 (guerra contro la Francia), 1560 (crisi economica generale), 1575 (guerra contro l’Olanda) e 1596 (guerra contro l’Inghilterra).

Non fu sufficiente a risanare le finanze del regno neppure l’unione dinastica con il Portogallo nel 1580 e l’acquisizione di tutti i suoi territori coloniali (Brasile e possedimenti africani e asiatici), perché, anzi, le spese militari crebbero ulteriormente, specialmente in campo navale, visto che linee di rifornimento si erano ulteriormente allungate, e comunque i due paesi mantennero sempre bilanci separati. Con la dichiarazione di fallimento, il sovrano decideva di non ottemperare alle proprie obbligazioni in fatto di pagamento degli interessi sul debito e di rimborso dei capitali ricevuti in prestito, né i creditori potevano costringerlo a farlo, ma ciò significava che ogniqualvolta in futuro la monarchia avesse avuto bisogno di anticipazioni di denaro, avrebbe potuto ottenerle soltanto pagando tassi d’interesse sempre più elevati e con l’obbligo di fornire precise garanzie, ad esempio sui proventi minerari o sul patrimonio fondiario. Si creò, insomma, una sorta di “trappola del debito”, un avvitamento che costrinse la monarchia spagnola a dichiarare bancarotta per altre sei volte nei successivi 65 anni!

Dopo la prima grande bancarotta del 1557, e la conseguente sospensione del pagamento degli interessi sui titoli di stato a breve termine, gli asientos, che rendevano il 10-12% all’anno, Filippo II decise di ristrutturare il debito pubblico emettendo titoli a medio e lungo termine, i cosiddetti juros, garantiti dalle entrate fiscali, che rendevano interessi del 5-7% all’anno. Gli juros, che a tutti gli effetti possono essere considerati gli antesignani dei nostri titoli di stato, ebbero grande fortuna presso i magnati dell’epoca, essendo anche passibili di contrattazioni e scambi. Considerate le rimesse annuali provenienti dalle Americhe, infatti, i creditori istituzionali reputavano che, in un modo o nell’altro, la monarchia iberica fosse sempre in qualche modo solvibile, accettando eventualmente in pagamento dei titoli nobiliari con annessi possedimenti terrieri. Complessivamente, durante il regno di Filippo II, l’imposizione fiscale crebbe di circa tre volte, mentre il debito pubblico, i cui interessi assorbivano da soli il 65% delle entrate, quadruplicò. Il risultato fu che il governo spagnolo divenne cronicamente incapace di raggiungere il pareggio del bilancio e, per effetto di questo, continuò a indebitarsi senza fine.

La situazione finanziaria dell’impero fu ulteriormente aggravata dal fatto che Filippo II non poté mai porre mano a una seria riforma fiscale, materia di competenza delle Cortes, per via delle fortissime resistenze delle assemblee locali, che si limitavano a fornire contribuzioni assai limitate, tenuto anche conto dei privilegi fiscali di cui godevano la nobiltà e il clero. Questo comportava che il bilancio dello stato dipendesse principalmente dagli introiti fiscali della Castiglia (l’unico dei suoi regni su cui Filippo II potesse vantare un’autentica sovranità fiscale) e dalle colonie americane (nel 1616, la Castiglia e le colonie coprivano da sole oltre il 65% delle spese), ma, essendo la popolazione della Castiglia numericamente ridotta, i carichi dell’annuale Flotta del Tesoro divennero essenziali per la sopravvivenza della monarchia. La produzione d’oro e d’argento delle miniere americane superava di quattro volte quella europea antecedente al 1492 e, nella seconda metà del Cinquecento, le quantità di metalli preziosi immesse sul mercato europeo aumentarono di 16 volte rispetto ad inizio secolo, mettendo a disposizione del sovrano ingenti somme e aumentando considerevolmente la circolazione monetaria. Già negli anni ‘80 del Cinquecento, dall’America giungevano circa due milioni di ducati annui, in confronto ai 200.000 ducati di pochi decenni prima.

Alla morte di Filippo II, il debito pubblico aveva raggiunto l’enorme cifra di 100 milioni di ducati, e i pagamenti degli interessi erano pari a circa i due terzi di tutte le entrate fiscali. Sebbene la pace con la Francia e l’Inghilterra venisse conclusa di lì a poco, la guerra contro gli olandesi si trascinò fino alla tregua del 1609, che fu anch’essa accelerata dagli ammutinamenti nell’esercito spagnolo e da un’ulteriore bancarotta nel 1607. Durante i pochi anni di pace che seguirono, non vi fu alcuna consistente riduzione delle spese governative. A parte gli ingenti pagamenti degli interessi, v’era ancora tensione nel Mediterraneo contro i turchi, per cui si richiese un grandioso progetto generale per la costruzione di una rete di difese costiere, e lo stesso avvenne lungo la poderosa filiera di basi spagnole che si estendeva dalle Filippine ai Caraibi, alla ricerca di una sicurezza fondata sulle fortezze anziché sulle navi, che non potevano essere da tutte le parti contemporaneamente.

La situazione sarebbe stata meno precaria se la gigantesca spesa pubblica fosse stata indirizzata verso investimenti produttivi, tipo lo sviluppo della produzione agricola e di quella industriale sia nella penisola iberica che negli altri possedimenti europei, ma non fu così: le spese militari, tendenzialmente improduttive, a meno di raccogliere ricchi bottini, assorbirono la maggior parte delle risorse (il 60% delle entrate complessive nei 42 anni di regno di Filippo II, caratterizzati da appena sei mesi di pace), appesantirono notevolmente le condizioni finanziarie della Spagna (nel 1598 gli interessi da pagare sul debito consumavano il 40% del reddito complessivo dello stato) e contribuirono fortemente al declino del secolo seguente. Inoltre, l’aumento esponenziale degli arrivi di lingotti d’oro e soprattutto d’argento dalle Americhe stimolò un devastante fenomeno inflattivo, che incoraggiò il governo ad aumentare ulteriormente la spesa pubblica e la pressione fiscale per compensare la svalutazione della moneta, mentre i produttori reagivano aumentando i prezzi dei loro prodotti, con grave danno delle categorie a reddito fisso, dato che l’adeguamento dei salari era assai più lento rispetto all’aumento del costo della vita.

 

L’entrata in scena dei banchieri genovesi

Questo fenomeno, unito alla crescente pressione fiscale e al non irrilevante pregiudizio sociale secondo cui il lavoro manuale era indegno della nobiltà, che desiderava vivere solo di rendita o facendo la guerra, danneggiava l’economia del paese e incoraggiava le importazioni, a detrimento della produzione nazionale: ben presto la bilancia commerciale spagnola incominciò a segnare un preoccupante deficit. La stessa politica doganale, che favoriva l’esportazione di viveri e materie prime in favore di altri paesi e non proteggeva le industrie spagnole, sottoposte a una concorrenza spietata, fece sì che molti mercanti si dedicassero alle importazioni dall’estero invece che alle attività manifatturiere. La riduzione della produzione nazionale e l’ulteriore incremento delle spese militari dissestarono definitivamente l’economia spagnola e costrinsero Filippo II a dichiarare il primo fallimento nel 1557. Dopo tale bancarotta, una parte dei finanziatori tedeschi, scornati dalle perdite, si ritirarono in buon ordine e il loro posto fu preso dagli hombres de negocios (uomini d’affari) genovesi, già presenti da secoli nella penisola iberica, che dimostrarono subito un’abilità straordinaria tanto nel maneggiare anticipi e trasferimenti, quanto nel massimizzare i profitti di tali operazioni. Il predominio dei genovesi durò fino al 1630 circa, quando, dopo l’ennesima bancarotta spagnola, cedettero il posto agli ebrei portoghesi.

La debolezza strutturale dell’impero spagnolo consisteva principalmente nella fragile economia della madrepatria che, sempre più incapace di far fronte alla domanda delle colonie o di trarre beneficio dai prodotti che importava da esse, all’inizio del Seicento versava in condizioni disastrose. Lo stato spagnolo era una federazione di regni e principati riuniti sotto il dominio di una comune dinastia, dai quali la corona non riusciva a riscuotere tributi adeguati alle loro potenzialità, se si eccettua la Castiglia, soggetta a una tassazione estremamente onerosa: quel regno, a economia prevalentemente agricola, oltre a essere gravato di esose richieste di uomini, denaro e merci, indispensabili per sostenere le ambizioni egemoniche degli Asburgo, venne ulteriormente indebolito dalla loro sfortunata politica economica.

Il monopolio che la Spagna si sforzava di esercitare sul commercio con le Indie, infatti, veniva sistematicamente violato da chi sapeva come muoversi con astuzia tra le maglie del sistema, sfruttandone le debolezze e cercando le giuste complicità a livello locale, una struttura basata sul contrabbando che veniva sfruttato come mezzo surrettizio per esportare al di là dell’Atlantico merci provenienti da altri paesi europei e far giungere i prodotti coloniali in mani non spagnole. Secondo stime ufficiali, circa il 70% dell’argento importato in Spagna nel 1608 servì a pagare l’acquisto di merci straniere e, un secolo dopo, circa il 90% delle importazioni dall’America era destinato a non spagnoli, mentre i mercati del Nuovo Mondo traboccavano di articoli francesi, inglesi e olandesi.

Oltretutto, l’ambiziosa politica imperialistica degli Asburgo richiedeva un costante afflusso di denaro fresco in luoghi, momenti e valute precise, che veniva preso a prestito soprattutto dai banchieri genovesi, i veri signori del debito pubblico spagnolo. Ovviamente, questi prestiti dovevano essere periodicamente rimborsati, anche se in genere venivano rinnovati, ma comunque occorreva versare gli interessi, che erano molto elevati. Non a caso Francisco de Quevedo, il grande autore barocco spagnolo, scrisse ripetutamente sui genovesi e sul loro potere economico basato sul prestito e l’usura. Ricordiamo, ad esempio, la sua satira intitolata Poderoso Caballero es don Dinero, dove si legge che il denaro: “Nace en las Indias honrado /donde el mundo le acompaña, /viene a morir en España /y es en Génova enterrado. [Nasce onorato nelle Indie / dove il mondo gli fa compagnia, / viene a morire in Spagna / e viene sepolto a Genova].

Per citare qualche caso si tenga presente che, tra l’ottobre e il novembre 1551, con l’argento proveniente dalle colonie furono coniati dalla zecca di Milano tanti reales da otto, da quattro e da due, destinati all’esercito e all’ambasciatore spagnolo residente a Genova, per un totale di 1,85 tonnellate che la Spagna non rivide mai più. Allo stesso modo, quando il duca d’Alba invase le Fiandre nel 1567, due immensi convogli carichi di monete d’argento accompagnarono il corso della spedizione passando per Bayonne e Parigi, seguiti negli anni successivi da ulteriori invii di denaro per sostenere lo sforzo bellico. Uno dei risultati di questo ingente trasferimento di metallo prezioso dalla Spagna al fronte fiammingo fu la grande quantità di moneta argentea coniata ad Anversa tra il 1567 e il 1569, nonché lo straordinario volume della circolazione monetaria nella Francia nord-orientale, dove finì in un primo momento gran parte dell’argento spagnolo.

Anversa divenne anche il grande emporio di redistribuzione dei prodotti americani e asiatici verso l’Europa centro-settentrionale, assumendo un ruolo di hub avanzato tanto per Lisbona quanto per Siviglia. Nel 1531 era stata fondata la Borsa di Anversa, dove si ritrovavano mercanti e banchieri provenienti da ogni parte del continente. La valuta spagnola raggiungeva la città della Schelda a bordo delle grosse zabras (gabarre) della Biscaglia. Queste rimesse coprivano le importazioni di materiale bellico, cannoni e polvere da sparo dal settore altamente industrializzato dei Paesi Bassi, come pure l’acquisto di carta per la burocrazia imperiale. Le monete d’argento coniate con il metallo americano consentivano i pagamenti a distanza su tutti i mercati europei. La rivolta delle sette province dei Paesi Bassi settentrionali generò il primo scompiglio. A partire dal 1568-1569, il passaggio via mare si fece sempre più difficile, a causa dell’ostilità della Francia, ma soprattutto dell’Inghilterra, che appoggiava i ribelli protestanti. Anversa incominciò a essere raggiunta sempre più frequentemente tramite Barcellona, Genova e Milano e poi la Savoia, la Franca Contea e la Lorena, oppure la Valtellina, la Renania e l’Alsazia. La riconquista di Anversa da parte delle truppe spagnole al comando di Alessandro Farnese, il 17 aprile 1585, segnò il punto di svolta e l’inizio della sua inarrestabile decadenza: il blocco della Schelda attuato dai ribelli olandesi e la fuga di tanta parte della borghesia cittadina convertitasi al calvinismo impoverirono irrimediabilmente il tessuto finanziario, economico e produttivo della città. La via mediterranea, che in precedenza era stata solo di supporto a quella atlantica, divenne la più importante e Genova acquisì il ruolo di principale piazza finanziaria d’Europa, mentre il ruolo di hub commerciale che era stato di Anversa passò ad Amsterdam.

Durante i regni di Filippo IV e Filippo V, l’argento proveniente dalle colonie assunse una tale importanza ai fini dell’ottenimento del credito, che i banchieri non davano esecuzione ai contratti stipulati con la monarchia sino all’arrivo delle flotte dall’America. Questo anche perché, nella seconda metà del Seicento, la produzione d’argento diminuì sia in Messico che in Perù e le partenze delle Flotas de Indias divennero molto meno regolari e costanti che nel passato. Durante il regno di Filippo IV, dei 42.696.900 ducati che ebbe a disposizione la Real Hacienda, stando ai calcoli della Casa de la Contratación di Siviglia, più di 24 milioni vennero utilizzati per coprire i disavanzi originati dagli asientos sottoscritti dagli hombres de negocios, il che rappresentava il 57% delle entrate totali della corona.

Di questa ingente somma, il 53% circa fu pagato a banchieri genovesi (Centurione, Grimaldi, Doria, Spinola, Di Negro, Lomellini, Gentile, Balbi), a dimostrazione del loro ruolo preponderante, ma anche della loro dipendenza dalla monarchia spagnola per garantire un’adeguata remunerazione del loro capitale. Se il metallo prezioso era sdoganato a Siviglia, nello stesso porto veniva poi imbarcato per l’Italia; ma se il pagamento era effettuato a Madrid, previo conio di monete da parte delle zecche cittadine, i banchieri lo inviavano regolarmente a Barcellona per la via di Saragozza. In Catalogna, uno dei loro agenti s’incaricava d’imbarcare il denaro sulle galee della squadra di Genova, o, in mancanza di questa, sulle galee catalane, napoletane o siciliane, sempre con destinazione Genova. Il metallo in moneta o in lega era venduto nella città stessa, oppure, se c’era un margine di tempo prima dell’inizio delle fiere di cambio, veniva rimesso ad altre piazze, in special modo a Venezia, dove in genere i valori erano più alti. L’importo delle vendite del metallo prezioso giungeva poi alle fiere di cambio sotto forma di lettere di cambio, con le quali venivano cancellati i debiti contratti nei mesi precedenti chiedendo “denaro a cambio”. Talvolta parte del metallo veniva inviato a Milano per alcuni pagamenti da effettuare in loco o in attesa di un’occasione propizia per trasportarlo nelle Fiandre.

Il “tesoro” americano

Le quantità d’argento giunte in Europa fra il 1531 e il 1600, secondo i registri della Casa de la Contratación, furono le seguenti: 86.149 chili fra il 1531 e il 1540, 177.573 chili fra il 1541 e il 1550, 303.121 chili fra il 1551 e il 1560, 942.839 chili fra il 1561 e il 1570, 1.118.592 chili fra il 1571 e il 1580, 2.103.028 chili fra il 1581 e il 1590, e 2.707.627 chili fra il 1591 e il 1600. Tra il 1503 e il 1660 approdarono nel porto di Siviglia qualcosa come 185 tonnellate d’oro e 16.000 tonnellate d’argento. L’argento trasportato in Spagna in poco più di 150 anni superò di tre volte il complesso delle riserve europee prima della scoperta. Nel giro di quattro decenni, la massa argentea riversata sul mercato spagnolo superò di oltre 150 volte quella aurea: attorno al 1620, risultava maggiore addirittura di quasi 215 volte, alterando in maniera decisiva il rapporto di valore tra i due metalli preziosi. Tutto ciò senza considerare il contrabbando, che, come sappiamo, era molto elevato, attestandosi, secondo i periodi, intorno al 30-40%, con punte fino al 50-60%, tenendo conto dei vari canali disponibili per eludere la sorveglianza delle autorità doganali, nonostante i disperati tentativi della corona di mantenere entro limiti accettabili la sottrazione di risorse all’erario pubblico. Il quinto real (20%) era la percentuale normalmente riservata al re di quanto veniva estratto dalle miniere. Ma non era raro il caso che il monarca si appropriasse anche delle quote dei privati, in momenti di particolare necessità, concedendo loro in cambio titoli nobiliari, con annessi possedimenti terrieri, e diritti di riscossione di determinate tasse o imposte, il cui peso ricadeva soprattutto sulle classi inferiori, che non godevano delle esenzioni della nobiltà e del clero.

Tale processo si sviluppò su scala ancora più ampia a partire dal 1545, quando, sulle Ande boliviane, a 4.782 metri di quota, un pastore di lingua quechua di nome Diego Huallpa, mentre cercava un riparo per la notte dopo essersi perso con il suo gregge di lama, accese un fuoco in una località desolata e squallida posta sulla cima di un’alta montagna, piena di cavità come un alveare, in un luogo chiamato Potosí, a sud-est della città costiera di Arica. La mattina dopo, tra le braci fumanti del fuoco brillavano dei fili d’argento, fusi e sciolti dal calore del fuoco. All’interno di quella strana escrescenza mammelliforme (cerro), alta circa 400 metri, furono scoperti filoni di straordinaria ricchezza, dai quale fu estratta più della metà dell’argento esportato dall’America in Europa fino al 1650.

Ad essi si aggiunsero nel 1563 i depositi di mercurio di Huancavélica, una località assai lontana da Potosí (1.200 chilometri in linea d’aria), ma relativamente vicina a Lima, conosciuta dagli Incas per la produzione di cinabro (solfuro di mercurio), che usavano per tingersi il corpo di rosso durante le feste. Agli spagnoli occorse più di un decennio per mettere a punto il processo di sfruttamento di questo metallo per raffinare l’argento tramite l’amalgama. Gli Incas ne proibivano la produzione, ritenendolo nocivo per la salute, ma gli spagnoli non ebbero altrettanti scrupoli, a maggior ragione perché nelle miniere avrebbero lavorato gli indios e non loro. Ciò permise di ridurre l’importazione diretta di mercurio dalla Spagna, il quale, inizialmente, veniva estratto soprattutto ad Almadén, nella provincia di Ciudad Real, e giungeva a Potosí dopo aver attraversato l’Atlantico fino a Portobelo con i galeoni della Flota de Tierra Firme, poi veniva trasbordato dall’altra parte dell’istmo a dorso di mulo fino a Panamá, dove veniva imbarcato su altre navi più piccole per essere trasportato fino al porto di Callao; indi veniva convogliato a Lima sempre a dorso di mulo e da lì trasferito in cima al Cerro Rico a dorso di lama.

Un’importazione del genere, ovviamente, era molto onerosa e poteva essere realizzata solo in casi di estrema necessità, perché sostanzialmente antieconomica. Tra il 1559 e il 1660, il consumo annuo di mercurio crebbe a139,9 tonnellate per quello di Almadén, a 8,6 tonnellate per la fonte d’appoggio di Idria, in Slovenia, e a 214,24 tonnellate per quello di Huancavélica. Parimenti, dal 1503 al 1660, la media annua degli arrivi d’oro e d’argento a Siviglia passò da 1,23 a 114,2 tonnellate. La quantità di mercurio europeo consumata in Perù, in ogni caso, non superava il 12,8% del totale. Ecco perché la crisi che, all’inizio del XVII secolo, bloccò l’aumento della produzione d’argento peruviano, iniziò prima a Huancavélica che a Potosí. La realtà era che le condizioni di estrazione del mercurio erano eccezionalmente atroci: non si sopravviveva a due o tre settimane di lavoro nella socavón, la miniera sotterranea. L’eroica decisione di porre fine a tale ecatombe non fu soltanto di natura teologica e umanitaria. Essa segnò il fondo della crisi demografica del Perù. Non sarebbe stato meglio risparmiare i non molti indios ancora disponibili per la mita del Potosí e procurarsi il mercurio altrove, ossia in Spagna e in altre parti dell’immenso impero, o addirittura in Cina, tramite il Galeone di Manila? Bisognava tornare all’antico processo di fusione o precipitare la rimanente umanità un tempo molto numerosa del Perù nell’abisso delle miniere di mercurio? La decisione di chiudere la miniera sotterranea e di limitare lo sfruttamento del giacimento alle cave a cielo aperto, molto meno micidiali, rappresentò una via di mezzo, un compromesso non scontato, ma necessario per mantenere la produzione d’argento a livelli consoni.

La città di Potosí, costruita ai piedi del Cerro Rico, sopra il limite della vegetazione, in una zona che i nativi andini definivano puna (inabitabile), caratterizzata da un altopiano arido, gelido e battuto dai venti, al culmine della sua espansione divenne la più popolosa città d’America e quella in cui circolava la maggiore ricchezza. In una lettera inviata a Carlo V nel luglio 1550 il frate domenicano Domingo de Santo Tomás la definìuna boca del ynfierno, perché inghiottiva ogni anno migliaia di indios innocenti: le sue miniere coinvolsero e sconvolsero la società e la demografia di una vastissima regione, lunga 1.200 chilometri e larga 400, arida per nove mesi all’anno e inondata da piogge torrenziali per altri tre, a causa delle disumane condizioni di lavoro. Un luogo infernale, insomma, che “macinava” uomini per ricavarne metallo prezioso con cui arricchirne spropositatamente altri, a migliaia di miglia di distanza.

Ciascuno dei filoni principali di Potosí aveva uno spessore oscillante tra i 20 e i 200 centimetri ed era accessibile attraverso diverse gallerie (78 soltanto per il filone più ricco). Gli operai vi entravano attraverso passaggi sotterranei alti e larghi quanto un uomo, e poi scavavano man mano il materiale argentifero in pozzi verticali, che raggiungevano la profondità anche di 300 metri, portando sulle spalle bisacce di 20-25 chili l’una e tenendo una candela accesa legata al pollice. Una volta giunti in superficie, altri operai s’incaricavano di trasportare il minerale fino ai mulini (quimbaletes) per la macinatura. Il metallo veniva separato dalle scorie mediante grandi fornelli di terracotta o pietra (guayras), che sfruttavano il forte vento delle vette, alimentati con un tipo di sparto abbondante nella zona. Entrava poi in gioco poi il mercurio, che permise di sfruttare, a partire dal 1571, tutto il minerale di Potosí: ottenuto per frantumazione, cottura e condensazione del minerale di cinabro, esso veniva trasportato in otri di cuoio via terra, a dorso di mulo o di lama, da Huancavélica fino al mare, e da lì per nave fino al porto di Arica e poi di nuovo con animali da soma fino alle remote miniere boliviane.

Alla durezza del lavoro, si aggiungevano gli elevati sbalzi di temperatura, il fatto che le gallerie sbucassero tra i 4.330 e i 4.550 metri di quota, con la conseguente mancanza d’ossigeno, che peggiorava ulteriormente le condizioni dei lavoratori, rese ancora più penose dallo sforzo necessario per trasportare a spalle il minerale, la pericolosità dell’ambiente, il ricorrente crollo delle gallerie, il pulviscolo inalato e ingerito, causa di malattie respiratorie, soprattutto la silicosi (choco), i traumatismi e le morti accidentali, la scarsità di cibo e l’avvelenamento da mercurio, provocato dal contatto con il metallo delle mani e dei piedi nudi, oltre che dall’inalazione dei suoi vapori tossici, sebbene una mortalità dell’ordine del 3-4% all’anno non fosse troppo diversa da quella che pativano i minatori in Europa al tempo della Rivoluzione industriale. Per resistere a condizioni del genere, gli indios masticavano continuamente foglie di coca, che li riscaldavano e li facevano quasi ubriacare, in modo da non sentire la fatica e lo stress.

Purtroppo, furono gli indigeni di etnia quechua e aymara a dover pagare il prezzo più alto di questa improvvisa e apparentemente inesauribile ricchezza. Gli spagnoli, infatti, con la Ley de mita, reintrodussero il sistema della mita (“turno di lavoro”) già in uso presso gli Incas, secondo il quale i mitayos erano costretti al lavoro obbligatorio nelle miniere al servizio dello stato. Essi ricevevano in cambio un compenso giornaliero in argento, il jornal, per il loro sostentamento, ma si trattava di una cifra talmente esigua da non coprire nemmeno le spese per il vitto e l’alloggio. Gli stipendi dei minatori dipendevano dai compiti svolti: per chi lavorava all’interno delle miniere (barreteros), il salario giornaliero era di 3,5 reales; chi lavorava nei mulini e negli opifici, invece, riceveva un salario di due reales e tre quartillos (2,75 reales). Il lavoro durava sei giorni alla settimana, durante i quali il mitayo non usciva mai dalla miniera, salvo la domenica e in alcune feste religiose. Nel 1590, i lavoratori furono divisi in due turni: uno si svolgeva di giorno (punchaoruna), l’altro dal tramonto in poi (tutaruna). Il viceré Pedro Antonio Fernández de Castro Andrade y Portugal nel 1660 tentò di sopprimere questo sistema, ma non ci riuscì a causa della minaccia dei proprietari di miniere di paralizzare la produzione di metallo prezioso, cosa che avrebbe messo in grave crisi la Spagna. In totale, durante le 17 settimane di lavoro all’anno, il mitayo guadagnava circa 40 pesos, ma non ne spendeva meno di 100. I lavoratori finivano quindi serrati in un vortice di debiti impossibili da saldare e restavano schiavi per tutta la vita, che spesso si spezzava meno di un anno dopo la loro prima discesa negli stretti cunicoli scavati nella montagna. Anche se dal punto di vista legale la corona spagnola, ufficialmente, non riconosceva la schiavitù dei nativi, ma solo dei neri africani, in pratica gli indigeni venivano sottomessi e costretti a lavorare in condizioni terribili per un semplice tozzo di pane.

Chi lavorava abitualmente, sia pure con le necessarie pause, nelle viscere del Cerro Rico, raramente riusciva a sopravvivere per più di quattro anni. Si stima che, dal 1545 al 1820, circa quattro milioni di indios morirono in quel luogo, che fu per questo soprannominato Cerro de sangre. Anche i neri africani furono obbligati a lavorarvi, ma quando si scoprì che avevano grosse difficoltà a respirare a un’altitudine alla quale non erano abituati, e che la loro alta statura e robusta corporatura non erano compatibili con gli angusti passaggi delle miniere, si preferì impiegarli nell’agricoltura, per fornire le derrate alimentari ai minatori coltivando le campagne circostanti. Il sistema della mita fu abolito nel XIX secolo, precisamente il 1º settembre 1811, quando la Junta Grande delle Province Unite del Río de la Plata dichiarò la libertà degli indigeni e l’eliminazione della mita, dell’encomienda e di altre forme di servitù. Questa abolizione fu un passo importante verso l’uguaglianza dei diritti per le comunità indigene della regione.

I Palazzi dei Rolli e Cristoforo Colombo

A conclusione di questo articolo, non si può non sottolineare il fatto che i meravigliosi Palazzi dei Rolli che punteggiano il centro storico di Genova (i quali, nel 2006, sono entrati a far parte del Patrimonio dell’Umanità Unesco), con le loro architetture monumentali (Via Aurea, Strada Balbi), le loro magniloquenti decorazioni ad affresco, i loro dipinti realizzati da artisti famosi in tutta Europa come Rubens e Van Dyck, i loro mobili pregiati e le loro raffinate suppellettili, sono il frutto, almeno in parte, della “rapina” attuata dagli europei ai danni delle popolazioni amerindie, specie quelle degli altipiani andini, costrette a consumare le loro vite per estrarre l’argento necessario a garantire alla Spagna un ruolo di grande potenza, e a Genova, suo principale sostegno finanziario, lo scettro di principale piazza finanziaria europea dalla metà del Cinquecento alla metà dei Seicento, il famoso “secolo dei genovesi”. Vogliamo processare e condannare per questo i banchieri genovesi che seppero sfruttare abilmente questa favorevole congiuntura economica per arricchirsi in maniera spropositata? Certamente no! Non si possono fare i processi alla storia. Non si devono giudicare gli eventi del passato con il metro di valutazione del presente. Posto che il presente sia autorizzato a dare lezioni di moralità e senso di giustizia al passato. Essi videro di fronte a loro una straordinaria occasione e non se la lasciarono sfuggire…

In tale ottica, è altrettanto assurdo processare e condannare Cristoforo Colombo in quanto antesignano e promotore del colonialismo e dell’imperialismo europeo. È vero che le sue esplorazioni aprirono la strada alla conquista del continente americano da parte degli europei, ma non fu lui il protagonista principale di tali vicende, che avvennero dopo il suo esautoramento dalle cariche di viceré e governatore delle Indie e soprattutto dopo la sua morte. È insensato imbrattare o abbattere le sue statue, così come accostare la sua figura unicamente all’asservimento delle civiltà amerindie, in nome di un wokismo imperante che finisce con lo stravolgere la storia stessa. I Palazzi dei Rolli non devono cessare di stupire e di essere ammirati e visitati soltanto perché nati dalla schiavizzazione e dallo spietato sfruttamento di milioni di esseri umani, che ebbero l’unica colpa di non riuscire a opporsi ai conquistadores spagnoli. Lo stesso vale per Colombo, che non deve cessare di essere studiato e approfondito, perché la sua straordinaria impresa cambiò per sempre i destini del mondo, e soprattutto perché egli fu senza dubbio uno dei più grandi navigatori della storia, se non il più grande, colui che aprì finalmente all’umanità le vie degli oceani, insegnando alle generazioni successive di naviganti come si dovessero affrontare le immense distese d’acqua salata per andare e tornare dalle terre situate ben oltre l’orizzonte visibile.